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Da dentisti, alcune persone ci toccano profondamente con il loro modo di affrontare i problemi dentali. Ogni storia può donarci un prezioso insegnamento, offrendo spunti di riflessione e ispirazione per affrontare le sfide future con maggiore consapevolezza ed empatia.

Infatti, a patto di saper riconoscere i propri errori, da questi stessi si può sempre trarre insegnamento per cercare di evitare o affrontare meglio situazioni simili quando esse si presentano.

Quando ci siamo conosciuti

Lei è una ragazza bella e vivace, anche se, in fondo, molto rispettosa e timida. In ogni caso, la sua presenza porta allegria.

È una di quelle persone che ti dona tutta la sua attenzione. Ti guarda negli occhi. Ascolta le tue parole. Durante le visite, si dimentica totalmente di avere un telefono cellulare.

Questo modo di porsi, di per sé, impone empatia e rispetto.

Immagine di Presley Hirsch
Immagine di Presley Hirsch su Unsplash

Quando le consegnai il certificato diagnostico (che eseguiamo per tutti i pazienti affetti da malattia parodontale – vedi immagine sotto), Manola capì di avere un problema dentale grave. Certo, non è un dentista, ma prima che potessi spiegare in parole semplici la situazione, il suo viso si fece pallido e una sensazione di ansia la pervase.

L’ansia era palpabile.

Facilmente, immaginava che le conseguenze di non affrontare questa situazione, che già da molto rimandava pur essendone, almeno in parte, consapevole, potessero essere potenzialmente spiacevoli. Si rese conto che, oltre ai dolori e ai fastidi di cui già soffriva, c’era anche il rischio concreto di perdere i denti e che sarebbe stata necessaria una terapia lunga e complessa per ripristinare il suo sorriso e la sua funzionalità.

 consegnamo ai pazienti affetti da Parodontite
Il certificato diagnostico che consegnamo ai pazienti affetti da Parodontite

Come si affrontano questi casi?

Proposi alla paziente un primo trattamento con levigature radicolari in anestesia locale e con specifica profilassi antibiotica, alle quali far eventualmente seguire una chirurgia rigenerativa per i siti più gravi.

Le levigature, classicamente, si eseguivano con le curettes (strumenti manuali). Oggi, a questi strumenti è possibile affiancare anche altri strumenti, incluse punte a ultrasuoni e airflow. Generalmente, si usa una combinazione di questi strumenti.

In ogni caso i trattamenti successivi, come spiegai a Manola, si sarebbero dovuti decidere in una seduta successiva di rivalutazione, a distanza di tempo dalla levigatura radicolare.

Perché non decidere tutto subito?

La malattia parodontale, l’infezione causata dal biofilm carico di parodontopatogeni, causa una distruzione dei tessuti di sostegno dei denti. Tutto questo avviene attraverso un’interazione tra i batteri, le loro tossine e l’organismo che tenta di difendersi.

Forshaw, R. Dental calculus - oral health, forensic studies and archaeology: a review. Br Dent J 233, 961–967 (2022). https://doi.org/10.1038/s41415-022-5266-7
Immagine di biofilm sottogengivale da Holliday et al 2015 Licenza CC 40 Microfotografia al SEM di placca dentale sottogengivale che mostra una fitta rete di matrice extracellulare freccia continua Erano presenti cellule a bastoncello r con filamenti extracellulari originati dalla superficie cellulare

La competizione avviene lungo le radici dei denti e il tessuto circostante, in particolare l’osso alveolare, rammollisce e viene sostituito dal tessuto di granulazione reattivo.

Comunemente, noi dentisti leggiamo questo tessuto infiammatorio come parte della riduzione della struttura ossea alveolare.

Si, è vero che questo processo infettivo/infiammatorio danneggia la struttura ossea e compromette la stabilità dei denti. Tuttavia, dobbiamo sempre tenere a mente che con la levigatura radicolare, una quota variabile di tessuto mineralizzato può essere recuperata.

La malattia silenziosa

Man mano che l’infezione avanza e il tessuto di granulazione si sviluppa, possono insorgere sintomi come gonfiore e dolore; tuttavia, più spesso, la malattia è poco o nulla sintomatica e il paziente non si accorge di nulla.

In quest’ottica, la logica dell’intervenire prima con una decontaminazione (levigatura radicolare) è legata al fatto che questa – pur se, possibilmente, incompleta nelle zone più profonde e meno accessibili – ridurrà il livello di infiammazione.

Come accennato nella sezione precedente, la riduzione del livello di infiammazione, con la riduzione delle molecole che sono coinvolte, riconvertirà una quota di tessuto di granulazione reattivo in tessuto mineralizzato. Infatti, le cellule ossee sono ancora presenti, anche nella zona demineralizzata. Altre ancora compaiono come parte del processo di guarigione.

In sostanza, l’osso alveolare inizia a rigenerarsi già con i primi trattamenti.

Ma può bastare la levigatura radicolare per trattare questa malattia?

In una parola, si. Il nome sofisticato di questo trattamento è cura non chirurgica della parodontite. Ma è un nome poco veritiero: si esegue con l’anestesia, ed è molto più di un richiamo di igiene periodico.

È bene sapere che più spesso è insufficiente. Nei casi più gravi, la profondità delle lesioni, unita alla complessità dell’anatomia delle radici dei denti, rende impossibile una decontaminazione completa senza esporre direttamente le radici dei denti (come si fa in chirurgia).

Come si fa a capire quando la levigatura è insufficiente a curare la malattia?

È necessario rivalutare il paziente, dente per dente, almeno con il sondaggio parodontale e nuove radiografie.

Con la metodica del sondaggio, il dentista misura la profondità del solco gengivale, che sarà “tasca gengivale” dove c’è ancora la malattia. Se la tasca sanguina, permane un’infezione grave. Con la sonda, si misurano anche le recessioni gengivali.

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Sonda parodontale che penetra una tasca gengivale in sezione Disegno Dott Ernesto Bruschi

Con le radiografie, il dentista confronta la situazione pre e post-trattamento, e valuta dove il trattamento è stato efficace e sufficiente e dove, eventualmente, è necessario intervenire in modo diverso.

Il verdetto

Nel caso di Manola, le levigature, grazie anche all’impegno della paziente e la perizia dell’igienista, furono molto efficaci, e, con l’igienista decidemmo di continuare a monitorare la situazione con i richiami periodici. Saremmo, eventualmente, intervenuti per problemi sito-specifici.

Foto di Sophia Kunkel su Unsplash
Foto di Sophia Kunkel su Unsplash

L’incomprensione e il distacco

Passarono i mesi, e Manola veniva regolarmente alle sedute di igiene professionale con l’igienista. La situazione clinica era stabile. Confrontandomi con l’igienista, decidemmo di continuare ancora così per poi eventualmente rivalutare alcune situazioni, tra le quali anche alcune zone edentule.

Ma non avevo considerato che Manola non si sentisse più al centro della mia attenzione di dentista. Dal suo punto di vista, si sentiva abbandonata.

Mea culpa! Avevo commesso un madornale errore perché non le avevo comunicato con franchezza le mie intenzioni e le mie idee sul suo caso clinico.

Continuo a sbagliare

Un giorno, commisi un altro errore, che fece traboccare il vaso già colmo. Era una giornata clinicamente molto intensa. La vidi in segreteria, ma, preso da tante cose, la salutati rapidamente e, piuttosto che fermarmi a parlarle, mi dedicai al paziente successivo nella mia agenda.

Ero in leggero ritardo, ma anche una breve conversazione avrebbe forse sciolto un nodo già troppo teso.

Ne risultò una discussione e un allontanamento da entrambe le parti, anche per colpa del mio orgoglio. Avrei dovuto metterlo da parte e cercare di capire il suo punto di vista.

L’interruzione delle cure

Manola decise di rivolgersi ad altri colleghi per continuare le cure.

Ritirò la sua cartella clinica e le radiografie.

Passarono mesi, molti mesi. Io avevo solo vaghe notizie delle sue condizioni. Sapevo che si stava curando altrove e, sinceramente, mi auguravo si trovasse bene.

Tuttavia, in qualche modo, nelle dinamiche della nuova struttura che frequentava studio, probabilmente solo nel caso di Manola, venne a mancare la giusta coordinazione Medico-Igienista Dentale.

È vero anche che si trovarono un caso già in fase di trattamento e senza conoscere bene il pregresso.

Nei mesi successivi, Manola si accorge che qualcosa non va. Gradualmente peggiora e soffre di ascessi gengivali ricorrenti, accompagnati da dolori e mobilità.

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Foto di Thiébaud Faix su Unsplash

Confusa, si sente nuovamente abbandonata e incompresa. Si rivolge ad altri parodontologi, ognuno dei quali presenta la sua personale opinione della malattia di Manola.

Come sempre, si apre un ventaglio di possibilità, che scaturisce dalle conoscenze di base, e dalle capacità cliniche e chirurgiche del singolo dentista. Chi proporrebbe mai un trattamento che non rientra nell’ambito delle sue capacità tecniche?

E meno male!

Il riavvicinamento

Mi scrive il marito di Manola.

Egli mi racconta le varie peripezie e i dubbi della moglie.

Io mi scuso e ci riavviciniamo.

Lei mi spiega che non è convinta dei trattamenti proposti. Io le dico che sostanzialmente mi sembrano corretti, tranne alcuni.

Mi dice che vorrebbe iniziare nuovamente il percorso da noi e io accetto.

Con la mia squadra, cerchiamo di riprendere da dove avevamo lasciato. Purtroppo, alcuni siti erano peggiorati molto (anche perché, probabilmente, la fase di incertezza e senza mantenimento era durata a lungo) ed è stato necessario intervenire più volte con levigature profonde.

Attualmente, abbiamo recuperato il possibile e programmeremo degli impianti singoli per sostituire alcuni elementi.

Foto di Alexander Krivitskiy su Unsplash
Foto di Alexander Krivitskiy su Unsplash

Hai dubbi o curiosità su questo trattamento o altri argomenti del mio blog? Contattami.

Sommario:

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E. Bruschi DDS, MS
Fondatore di Bonebenders, autore e coautore di articoli scientifici sulle tecniche implantoprotesiche, si dedica alla chirurgia orale, parodontologia e implantologia con approccio evidence-based “su misura” del paziente.

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