Io adoro gli impianti.
Sono un ottimo sistema: affidabile, efficiente, e conservativo nei confronti della dentatura adiacente.
Hanno risolto molti problemi.
Non solo restituiscono i denti a chi li ha persi del tutto o a chi non ha più denti mantenibili (platea che ormai si è allargata troppo, in realtà), ma consentono di risolvere edentulie intercalate senza toccare i denti adiacenti.
Ma, a volte, esistono alternative che debbono essere considerate.
E lo dico da implantologo.
Lo dico dopo trent’anni di chirurgia implantare, con migliaia di fixture posizionate. Lo dico proprio perché credo negli impianti. Ma credo ancora di più nell’onestà clinica.
La domanda giusta
Quando perdi un dente, la domanda non è “quale soluzione è più moderna?” — è “quale soluzione è migliore per la tua bocca, la tua salute, la tua vita?”
E la risposta cambia. Sempre.
Quando il ponte batte l’impianto
Guarda i denti vicini allo spazio vuoto. Sono integri? Allora l’impianto ha senso. Ma se quei denti hanno già vecchie corone da rifare, carie profonde o devitalizzazioni — il ponte potrebbe essere un’ottima alternativa.
Perché sacrificare tessuto sano quando c’è tessuto già compromesso da restaurare? Il ponte, in questi casi, risolve due problemi con un’unica soluzione. L’impianto ne risolve uno solo, lasciando irrisolti gli altri.
I numeri della letteratura sono molto interessanti. La revisione sistematica di Pjetursson e colleghi, pubblicata su Clinical Oral Implants Research nel 2007 e aggiornata nel 2012, ha analizzato decenni di studi clinici: la sopravvivenza stimata a dieci anni dei ponti convenzionali su denti naturali si attesta intorno all’89%, sovrapponibile a quella delle protesi su impianti.
Ma c’è un dato che raramente viene citato: dopo cinque anni, il 38,7% dei pazienti con protesi fisse su impianti ha sperimentato qualche tipo di complicanza (non degli impianti ma della protesi!).
È chiaro per gli addetti ai lavori da dove scaturiscono queste complicanze: sono i materiali recenti che l’industria ci ha messo a disposizione, con facili promesse di longevità, che non sempre sono mantenute.
E queste complicazioni riguardano quasi esclusivamente le arcate complete (i full-arch), nei quali l’industria si è sbizzarrita con vari ritrovati. Ho approfondito questo tema nel mio articolo su rigenerazione su misura vs All-on-X.
Il ponte non richiede chirurgia, non prevede mesi di osteointegrazione, non comporta eventuali complicanze implantari. Ma anche il ponte può fallire.
Personalmente non amo i ponti. Ma cerco di analizzare sempre i casi per capire quando possono essere un’alternativa giusta e affidabile.
In definitiva, in un caso con 1-2 elementi mancanti e denti adiacenti già con corone o da ricoprire ma ancora solidi, considererò anche una soluzione con un ponte e ne discuterò con il paziente.
I ponti estesi su elementi naturali, invece, li eviterò; li ritengo inaffidabili. Decisamente meglio gli impianti.
Come decidere davvero
La scelta giusta dipende da fattori che solo un esame accurato può valutare: lo stato dei denti adiacenti, la qualità e quantità dell’osso, le condizioni di salute generale, l’età biologica — non anagrafica —, le aspettative realistiche, i farmaci assunti.
Nessun algoritmo può sostituire questo ragionamento clinico. Solo una valutazione onesta della situazione complessiva, senza pregiudizi verso nessuna delle tre opzioni.
Ogni soluzione ha il suo paziente ideale. Il compito del clinico è trovare la corrispondenza giusta.
Riferimenti
Pjetursson BE, Brägger U, Lang NP, Zwahlen M. Comparison of survival and complication rates of tooth-supported fixed dental prostheses (FDPs) and implant-supported FDPs and single crowns (SCs). Clin Oral Implants Res. 2007;18 Suppl 3:97-113. DOI
Pjetursson BE, Thoma D, Jung R, Zwahlen M, Zembic A. A systematic review of the survival and complication rates of implant-supported fixed dental prostheses (FDPs) after a mean observation period of at least 5 years. Clin Oral Implants Res. 2012;23 Suppl 6:22-38. DOI










