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Come i livelli sierici di vitamina D3 potrebbero influenzare l’osseointegrazione e cosa significa per la nostra professione

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Argomento: Vitamina D3 e successo implantare – correlazione tra livelli sierici e osseointegrazione

Risultati Chiave: Carenza severa (<10 ng/mL) associata a 11,1% fallimenti vs 2,9% con livelli sufficienti, perdita ossea marginale maggiore in pazienti carenti

Applicazione Clinica: Screening pre-operatorio vitamina D3, supplementazione in pazienti a rischio, ottimizzazione biologica prima dell’implantologia

Tempo di Lettura: 18-20 minuti

🇬🇧 English

Topic: Vitamin D3 and implant success – correlation between serum levels and osseointegration

Key Results: Severe deficiency (<10 ng/mL) associated with 11.1% failures vs 2.9% with sufficient levels, greater marginal bone loss in deficient patients

Clinical Application: Pre-operative vitamin D3 screening, supplementation in at-risk patients, biological optimization before implantology

Reading Time: 18-20 minutes


Introduzione: Un Collegamento Più Forte del Previsto

Mentre ci concentriamo giustamente su tecnica chirurgica, sul design dell’impianto e sui protocolli di carico, emerge sempre più chiaramente che gli equilibri sistemici giocano un ruolo determinante negli esiti clinici dell’implantologia.

In alcuni studi, i pazienti con livelli sierici di vitamina D inferiori a 10 ng/mL mostrano tassi di fallimento precoce dell’impianto fino all’11,1%, contro il 2,9% di quelli con livelli sufficienti.

Tabella che mostra i valori di riferimento del 25-idrossicolecalciferolo adottati dal laboratorio, con concentrazioni e intervalli di riferimento per carenza, basso, ottimale, alto, potenzialmente tossico e tossico.

Questi numeri non possono essere ignorati e rappresentano una differenza clinicamente impattante che deve farci riflettere.

Ringrazio gli amici del gruppo SubCrestal Academy per avermi ricordato recentemente l’importanza di questo aspetto.

Il paradigma tradizionale che considera l’implantologia principalmente come una disciplina chirurgica sta evolvendo verso un approccio più olistico.

La vitamina D3, solitamente sottovalutata nella pianificazione preoperatoria, nella quale le problematiche anatomiche prendono il sopravvento, emerge come un possibile fattore per il successo implantare, specialmente nei pazienti con fattori di rischio aggiuntivi come diabete e osteoporosi o nei fumatori.


Le Evidenze Scientifiche: Cosa Ci Dice la Ricerca

Le revisioni sistematiche più recenti, che raggruppano studi su decine di migliaia di impianti, dipingono un quadro nel quale i livelli di vitamina D sono importanti per l’osseointegrazione.

La carenza severa di vitamina D sembrerebbe non essere solo un marker di rischio per la salute generale, ma anche un fattore predittivo specifico per il fallimento implantare precoce. Questa correlazione si mantiene significativa anche dopo aggiustamento statistico per età, sesso, abitudine al fumo e presenza di diabete.

La perdita ossea marginale peri-implantare rappresenta un altro parametro critico influenzato negativamente dai bassi livelli di vitamina D3.

Un RCT del 2021 ci dice che…

L’interessante studio di Kwiatek et al. (2021) ha diviso 122 pazienti trattati con impianti in 3 gruppi. Il gruppo A con vitamina D3 insufficiente e senza supplementazione. Il gruppo B sempre con deficienza di D3 ma con supplementazione. Il gruppo C con livelli ematici di D3 già normali.

A 12 settimane il gruppo B aveva un livello osseo peri-implantare significativamente più alto rispetto al gruppo A. Nel gruppo C, quello con livelli normali di vitamina D3 già al momento dell’intervento, i livelli ossei erano i migliori in assoluto.

La conclusione è semplice. Livelli corretti di vitamina D3 dal giorno dell’intervento e la supplementazione migliorano l’osteointegrazione.

Gli autori suggeriscono di controllare i livelli di vitamina D3 prima degli impianti e correggere eventuali carenze.

La perdita dell’osso marginale

I pazienti con carenza severa sperimentano una perdita ossea perimplantare significativamente maggiore nei primi sei mesi dopo l’inserimento, compromettendo non solo l’estetica ma anche l’affidabilità a lungo termine dell’impianto.

Particolarmente interessante è l’osservazione che la stabilità implantare, misurata con appositi strumenti, risulta consistentemente inferiore nei pazienti carenti di vitamina D3.

Questo dato suggerisce che la deficienza di D3 non influenza solo la quantità di tessuto osseo neoformato, ma anche la sua qualità strutturale e le sue proprietà biomeccaniche.

Lo Studio di Francesco Mangano

Lo studio di Mangano et al. (2018) estremamente interessante, anche se inconclusivo dal punto di vista statistico. Ma le differenze statisticamente significative sono difficili da dimostrare.

È lo studio citato all’inizio di questo articolo in merito ai fallimenti da ipovitaminosi D3, che possono superare l’11%. Tuttavia, il trend dei fallimenti implantari precoci in presenza di ipovitaminosi D3 è decisamente confermato.

Vale la pena riportare qui le conclusioni degli autori, che ringrazio per il loro lavoro:

Our present retrospective clinical JODDD, Vol. 12, No. 3 Summer 2018 study aimed to investigate whether there is a correlation between low serum levels of vitamin D and EDIF (Early Dental Implant Failures, ndr). In 885 patients who had been treated with 1,740 fixtures, 35 EDIF (3.9%) were reported. No statistically significant correlation was found between EDIF and patients' gender (P=0.998), age (P=0.832), smoking habit (P=0.473), history of periodontal disease (P=0.386), and/or vitamin D serum levels (P=0.105). However, a clear trend toward an increased incidence of EDIF with lowering of serum vitamin D levels was reported, with three EDIFs (11.1%) in the 27 patients with serum levels of vita- min D<10 ng/mL, 20 EDIFs (4.4%) in the 448 patients with levels between 10 and 30 ng/mL, and 12 EDIFs (2.9%) in the 410 patients with levels >30 ng/mL. Mangano et al. (2018)

I Meccanismi Biologici alla Base

La vitamina D3 non è semplicemente un “integratore” ma è un pro-ormone steroideo liposolubile, sintetizzato dall’organismo attraverso l’esposizione solare che orchestra complessi processi biologici fondamentali per l’osseointegrazione.

Il suo ruolo nell’omeostasi del calcio e fosfato è ben noto, ma le implicazioni per l’implantologia vanno ben oltre la semplice mineralizzazione ossea.

La Produzione Naturale

Il corpo produce la vitamina D3 in due modi. La pelle la sintetizza quando i raggi UVB colpiscono il 7-deidro-colesterolo, uno sterolo presente anche nella pelle umana.

Nel sangue, il 7-deidro-colesterolo è il precursore del colesterolo, mentre a livello della cute è la provitamina D3 e diventa, appunto, colecalciferolo (vit D3).

Questa sintesi endogena copre l’80% del fabbisogno. Il resto arriva dal cibo. Il salmone ne contiene, le sardine pure. Si trova anche nello sgombro, nel tonno, nei funghi, nel rosso d’uovo, nei I latticini, nel burro, nei cereali.

Un assortimento di alimenti ricchi di vitamina D, tra cui salmone, avocado, verdure e cereali, con una lavagna che mostra la scritta 'Vitamin D'.

Il colecalciferolo è la forma inattiva della vitamina D3, che poi subisce due idrossilazioni nell’organismo.

La prima avviene nel fegato. L’enzima 25-idrossilasi lavora in posizione 25. Si forma il calcifediolo (o calcidiolo). È ancora una forma inattiva. Si usa nella supplementazione di D3. È questa la forma di vitamina D3 che si misura con gli esami di laboratorio.

La seconda idrossilazione avviene nel rene. L’enzima 1-alfa-idrossilasi lavora in posizione 1 e forma il calcitriolo, la forma biologicamente attiva dell’ormone (1,25(OH)2D).

L’1-alfa-idrossilasi renale è il punto critico. Il PTH (ormone paratiroideo) la attiva. L’FGF-23 (fattore di crescita dei fibroblasti 23) prodotto dagli osteoblasti la inibisce.

È ovvio, quindi, che l’equilibrio di questa idrossilazione è fondamentale per l’omeostasi del sistema scheletrico.

Il calcitriolo agisce tramite il suo recettore nucleare VDR. I suoi organi target sono tre. Nell’intestino media l’assorbimento di calcio e fosfato. Nell’osso la sua azione è complessa. I livelli fisiologici probabilmente stimolano gli osteoblasti. Nel rene media il riassorbimento tubulare di calcio e fosfato.

L’attività 1-alfa-idrossilasica non è solo renale. Molte cellule dell’organismo la possiedono. L’attività renale dipende dal PTH. Quella delle altre cellule no.

Anche queste altre cellule sintetizzano calcitriolo. Lo usano per funzioni fisiologiche locali. Sono le azioni extra-scheletriche della vitamina D.

La Carenza di Vit D

La carenza di vitamina D è endemica. L’introito alimentare è spesso scarso. La dieta mediterranea contiene poca vitamina D.

I valori di 25OHD3 sotto i 20 nanogrammi per millilitro indicano insufficienza. Tra 20 e 30 nanogrammi per millilitro c’è sufficienza.

Negli anziani servono valori sopra i 30. Riducono le fratture da caduta e la mortalità.

Le cause di ipovitaminosi D sono numerose. Sono frequenti.

La carenza di vitamina D causa ipocalcemia. L’organismo risponde con iperparatiroidismo secondario compensatorio. Nell’osso si sviluppa l’osteomalacia. La matrice organica dello scheletro adulto si mineralizza male, in modo irregolare. Manca il calcio. Manca il fosfato.

Per la supplementazione si usano le forme inattive. Il colecalciferolo o il calcifediolo.

Il calcifediolo si dimostra più efficace, rapido e potente rispetto al colecalciferolo, rappresentando un’opzione valida per affrontare la carenza di vitamina D

A livello cellulare, la vitamina D modula l’attività degli osteoblasti stimolando la sintesi di proteine della matrice ossea come osteocalcina e osteopontina.

Regola l’attività osteoclastica attraverso il sistema RANK/RANKL/OPG, mantenendo un equilibrio ottimale tra formazione e riassorbimento osseo durante la fase critica dell’osseointegrazione.

L’aspetto immunomodulatorio della vitamina D risulta particolarmente rilevante nel contesto implantare.

La vitamina D attiva sopprime la produzione di citokine pro-infiammatorie come IL-1β e TNF-α, mentre stimola la sintesi di molecole antinfiammatorie. Questo effetto è cruciale per prevenire la perimplantite precoce e favorire una guarigione ottimale dei tessuti perimplantari: la vitamina D favorisce l’osseointegrazione dal punto di vista immunlogico.


Implicazioni Cliniche: Dal Laboratorio alla Poltrona

Identificare i Pazienti a Rischio

Il profilo del paziente ad alto rischio per carenza di vitamina D è spesso facilmente riconoscibile durante l’anamnesi.

I pazienti diversamente giovani, particolarmente quelli oltre i 65 anni, rappresentano una popolazione intrinsecamente a rischio a causa della ridotta capacità di sintesi cutanea e del frequente isolamento sociale che limita l’esposizione solare.

Nelle donne diversamente giovani, la condizione è ancora più frequente.

Le abitudini alimentari moderne, spesso povere di pesce e latticini fortificati, contribuiscono ulteriormente al problema.

Particolare attenzione meritano i pazienti con patologie croniche che interferiscono con il metabolismo della vitamina D. Il diabete mellito, l’osteoporosi, le malattie renali croniche e le patologie gastrointestinali che causano malassorbimento sono tutti fattori che aumentano significativamente il rischio di carenza.

Anche l’abitudine al fumo, oltre ai suoi effetti diretti sulla guarigione ossea, sembra correlata a livelli più bassi di vitamina D.

I pazienti con storia di malattia parodontale meritano considerazione speciale.

La correlazione tra carenza di vitamina D e progressione della malattia parodontale è ben documentata, e questi pazienti spesso presentano un rischio aumentato sia per la carenza vitaminica che per complicanze perimplantari.

L’Arte del Timing Diagnostico

È una buona idea quella di richiedere il dosaggio della vitamina D3.

Spesso, i pazienti hanno già analisi di routine recenti con il dosaggio della vitamina D3. E i MMG provvedono già all’integrazione, se i livelli sono bassi.

I pazienti con fattori di rischio multipli, storia di fallimenti implantari precedenti o necessità di procedure complesse come rigenerazione ossea guidata rappresentano indicazioni forti per uno screening.

Interpretazione Clinica dei Risultati

I livelli sierici di 25(OH)D3 richiedono un’interpretazione clinica attenta che consideri non solo i valori assoluti ma anche il contesto clinico del paziente.

Livelli inferiori a 10 ng/mL rappresentano una carenza severa che giustifica il rinvio dell’intervento implantare fino a correzione adeguata. Questa decisione, pur comportando un ritardo terapeutico, è giustificata dall’evidenza di un rischio di fallimento quattro volte superiore.

La fascia di insufficienza, tra 10 e 20 ng/mL, rappresenta una zona grigia che richiede giudizio clinico. In pazienti giovani e sani senza altri fattori di rischio, è possibile procedere con supplementazione contemporanea.

In presenza di comorbidità o fattori di rischio aggiuntivi, è preferibile ottimizzare i livelli prima dell’intervento.

Livelli tra 20 e 30 ng/mL sono generalmente considerati accettabili, ma alcuni autori suggeriscono che per l’osseointegrazione ottimale siano preferibili valori superiori a 30 ng/mL.


Protocolli di Supplementazione: Dalla Teoria alla Pratica

Strategie di Correzione Pre-Operatoria

La supplementazione di vitamina D richiede un approccio sistematico e paziente-specifico. Per pazienti con carenza severa, il protocollo di carico prevede dosaggi elevati di vitamina D3, tipicamente 4.000-6.000 UI giornaliere per 8-12 settimane.

Questa strategia aggressiva è necessaria per saturare i depositi corporei e raggiungere livelli sierici adeguati in tempi ragionevoli.

Capsule di vitamina D3 in una cucchiaia di legno, utilizzate per supportare la salute ossea e il benessere generale.

L’associazione con calcio e magnesio è fondamentale per l’efficacia della supplementazione. Il calcio fornisce il substrato per la mineralizzazione ossea, mentre il magnesio facilita l’attivazione della vitamina D3 e ottimizza l’assorbimento del calcio.

Questa sinergia è particolarmente importante durante la fase di osseointegrazione, quando la domanda metabolica è elevata.

Il controllo sierologico pre-operatorio non è opzionale ma rappresenta un passaggio critico per verificare l’efficacia della supplementazione. Molti pazienti presentano problemi di assorbimento o compliance che possono compromettere la risposta al trattamento.

Solo la verifica biochimica può garantire che i livelli target siano stati raggiunti prima di procedere con l’intervento.

Perché si associa anche alla vitamina K2?

La vitamina D3 aumenta l’assorbimento di calcio nell’intestino. Il corpo ne assorbe di più dal cibo e questo calcio entra nel sangue. Ma da solo non basta. Il calcio deve andare nei posti giusti e qui entra in gioco la vitamina K2.

La K2 attiva le proteine che dirigono il calcio dove serve. Attiva l’osteocalcina che lega il calcio all’osso. Attiva anche la proteina Gla di Matrice vitamina K-dipendente (MGP: Matrix Gla-Protein) che impedisce al calcio di depositarsi nelle arterie e nei tessuti molli.

Il meccanismo è questo: la D3 porta il calcio dentro, la K2 lo dirige verso l’osso e lontano dalle arterie.

Il problema nasce quando si assumono alte dosi di vitamina D3 senza K2. Il sangue si riempie di calcio che potrebbe depositarsi nelle arterie invece che nell’osso. La calcificazione arteriosa è pericolosa e aumenta il rischio cardiovascolare.

La K2 ha due forme principali. La MK-4 ha un’emivita breve. La MK-7 resta nel sangue più a lungo ed è più efficace a dosi più basse. La teoria dietro la loro combinazione è logica e insieme funzionano meglio che da sole.

Le evidenze scientifiche però sono miste. Alcuni studi mostrano benefici, altri no. Il rapporto ottimale tra le due vitamine è sconosciuto e la maggior parte degli integratori usa combinazioni arbitrarie.

Per gli impianti la K2 potrebbe teoricamente potenziare la formazione ossea che la D3 stimola, ma la ricerca specifica sull’osteointegrazione con supplementazione di K2 è ancora limitata.


Limiti dell’Evidenza e Risultati Contrastanti

È importante riconoscere che non tutti gli studi confermano l’associazione tra vitamina D e successo implantare.

Alcuni lavori retrospettivi, particolarmente quelli con campioni numerosi ma meno controlli per fattori confondenti, riportano associazioni non significative. Queste discrepanze possono riflettere differenze metodologiche, popolazioni studiate o definizioni di outcome utilizzate.

La carenza isolata di vitamina D non rappresenta sempre una controindicazione assoluta al posizionamento implantare.

In pazienti giovani e sani senza altri fattori di rischio, l’osseointegrazione può avvenire adeguatamente anche in presenza di livelli subottimali. Tuttavia, il rapporto rischio-beneficio generalmente favorisce la correzione preoperatoria quando possibile.

Alcuni studi suggeriscono che livelli eccessivamente elevati di vitamina D possano essere controproducenti. Valori superiori a 100 ng/mL sono stati associati a outcomes peggiori in uno studio recente, sebbene l’evidenza sia ancora limitata.

Questa incertezza non deve paralizzare il clinico ma stimolare un approccio pragmatico e personalizzato.

L’evidenza disponibile, pur con i suoi limiti metodologici, suggerisce che la carenza severa di vitamina D rappresenta un fattore di rischio modificabile che vale la pena correggere.

Il fatto che non tutti i pazienti con ipovitaminosi sviluppino complicanze implantari non nega l’utilità di un intervento preventivo semplice, economico e privo di effetti collaterali significativi quando condotto appropriatamente.

La medicina moderna ci insegna che raramente esiste un singolo fattore determinante per il successo o il fallimento di una terapia.

L’osseointegrazione è un processo multifattoriale dove tecnica chirurgica, qualità ossea, condizioni sistemiche e fattori locali interagiscono in modo complesso.

La vitamina D rappresenta uno di questi tasselli, probabilmente non il più importante in condizioni ideali, ma potenzialmente cruciale in pazienti con fattori di rischio multipli o condizioni al limite.


Conclusioni: Verso un Approccio Integrato

La relazione tra vitamina D3 e successo implantare emerge dalle evidenze scientifiche come un elemento che merita considerazione nella pianificazione terapeutica moderna. Non si tratta di una rivoluzione del paradigma implantare, ma di un’evoluzione verso un approccio più olistico che riconosce l’importanza dei fattori sistemici accanto alla tecnica chirurgica.

La forza dell’evidenza disponibile suggerisce che nei pazienti con carenza severa di vitamina D, particolarmente se associata a diabete, osteoporosi o abitudine al fumo, la supplementazione preoperatoria rappresenta un intervento ragionevole.

Il tempo necessario per la correzione, tipicamente otto-dodici settimane, può sembrare un ritardo significativo nella programmazione terapeutica, ma va contestualizzato rispetto al potenziale beneficio di ridurre il rischio di fallimento implantare precoce.

Per i pazienti con insufficienza moderata il quadro è meno definito e richiede una valutazione individualizzata. La presenza di altri fattori di rischio, la complessità della procedura prevista e le aspettative del paziente devono guidare la decisione clinica.

In questi casi la supplementazione contemporanea all’intervento rappresenta spesso un compromesso accettabile tra tempestività terapeutica e ottimizzazione delle condizioni biologiche.

La richiesta routinaria del dosaggio sierico di vitamina D nei pazienti candidati a implantologia rimane una questione aperta. Un approccio pragmatico potrebbe prevedere lo screening mirato nei pazienti con profilo di rischio elevato, riservando la valutazione sistematica ai casi complessi o con storia di complicanze.

Molti pazienti hanno già eseguito recentemente questi esami nell’ambito dei controlli routinari con il proprio medico di famiglia, e un’anamnesi attenta può evitare esami ridondanti.

L’integrazione tra odontoiatria e medicina generale diventa qui particolarmente rilevante. La comunicazione con il medico curante del paziente, spesso già a conoscenza di eventuali carenze vitaminiche e impegnato nella loro correzione, può ottimizzare la gestione preoperatoria e evitare duplicazioni diagnostiche o terapeutiche.

Questo dialogo interprofessionale rappresenta un valore aggiunto per la salute complessiva del paziente, che va oltre il successo del singolo impianto.

La supplementazione di vitamina D3, quando indicata, deve essere condotta con metodo e controllata con verifiche sierologiche. L’assunzione di integratori senza monitoraggio può portare a dosaggi inadeguati o, più raramente, a livelli eccessivamente elevati con potenziali effetti avversi.

Guardando al futuro, servono studi prospettici randomizzati che valutino l’impatto della supplementazione preoperatoria di vitamina D3 sugli outcome implantari a lungo termine.

Nel frattempo, il clinico può integrare nella propria pratica quotidiana una consapevolezza maggiore dell’importanza dei fattori sistemici.

Questo non significa trasformare ogni valutazione implantare in un check-up internistico completo, ma piuttosto sviluppare la sensibilità per riconoscere i pazienti in cui questi fattori potrebbero fare la differenza tra successo e fallimento.

La vitamina D3 rappresenta un esempio paradigmatico di come la ricerca biomedica stia spostando l’attenzione dall’impianto come dispositivo meccanico all’interfaccia biologica tra titanio e osso. Questa interfaccia risponde a stimoli sistemici complessi che vanno compresi e, quando possibile, ottimizzati.

Il successo implantare a lungo termine dipende non solo dalla precisione del nostro gesto chirurgico, ma anche dalla salute metabolica del paziente che lo riceve.


❓ Domande Frequenti (FAQ)

Devo richiedere il dosaggio della vitamina D3 a tutti i pazienti candidati a implantologia?

Non necessariamente a tutti. Un approccio pragmatico prevede lo screening mirato nei pazienti ad alto rischio: oltre i 65 anni, con diabete, osteoporosi, malattie renali croniche, patologie gastrointestinali con malassorbimento, fumatori, con storia di malattia parodontale o fallimenti implantari precedenti. Molti pazienti hanno già eseguito recentemente questi esami con il medico di famiglia, quindi una buona anamnesi può evitare duplicazioni. Per procedure complesse come rigenerazione ossea guidata o pazienti con fattori di rischio multipli, il dosaggio è fortemente raccomandato.

Quali sono i livelli ottimali di vitamina D3 prima di inserire impianti?

I livelli sierici di 25(OH)D3 inferiori a 10 ng/mL rappresentano una carenza severa che giustifica il rinvio dell’intervento fino a correzione adeguata, dato il rischio di fallimento quattro volte superiore. La fascia tra 10 e 20 ng/mL rappresenta una zona grigia che richiede valutazione individualizzata. Livelli tra 20 e 30 ng/mL sono generalmente accettabili, anche se alcuni autori suggeriscono che per l’osseointegrazione ottimale siano preferibili valori superiori a 30 ng/mL, specialmente in pazienti con altri fattori di rischio.

Quanto tempo serve per correggere una carenza di vitamina D3 prima dell’intervento?

Per pazienti con carenza severa, il protocollo di carico prevede dosaggi elevati di vitamina D3, tipicamente 4.000-6.000 UI giornaliere per otto-dodici settimane. Questo tempo è necessario per saturare i depositi corporei e raggiungere livelli sierici adeguati. Il controllo sierologico pre-operatorio è fondamentale per verificare l’efficacia della supplementazione, poiché alcuni pazienti presentano problemi di assorbimento o compliance che possono compromettere la risposta al trattamento. Il calcifediolo si dimostra più efficace e rapido rispetto al colecalciferolo.

Posso procedere con gli impianti se il paziente ha carenza moderata di vitamina D?

In pazienti giovani e sani senza altri fattori di rischio con livelli tra 10 e 20 ng/mL, è possibile procedere con supplementazione contemporanea all’intervento. Tuttavia, in presenza di comorbidità come diabete, osteoporosi, abitudine al fumo o per procedure complesse, è preferibile ottimizzare i livelli prima dell’intervento. La supplementazione contemporanea rappresenta un compromesso accettabile tra tempestività terapeutica e ottimizzazione delle condizioni biologiche, ma richiede un giudizio clinico attento caso per caso.

Perché alcuni studi non trovano correlazione tra vitamina D e successo implantare?

Alcuni lavori retrospettivi, particolarmente quelli con campioni numerosi ma meno controlli per fattori confondenti, riportano associazioni non significative. Queste discrepanze possono riflettere differenze metodologiche, popolazioni studiate o definizioni di outcome utilizzate. La difficoltà nel dimostrare differenze statisticamente significative non nega il trend clinicamente rilevante osservato in molti studi. L’osseointegrazione è un processo multifattoriale dove la vitamina D rappresenta uno dei tasselli, probabilmente non il più importante in condizioni ideali, ma potenzialmente cruciale in pazienti con fattori di rischio multipli.

Devo associare la vitamina K2 alla supplementazione di D3?

La teoria dietro l’associazione D3-K2 è biologicamente plausibile: la D3 aumenta l’assorbimento di calcio mentre la K2 lo dirige verso l’osso attivando l’osteocalcina e impedisce la calcificazione arteriosa attivando la proteina MGP. Il problema nasce quando si assumono alte dosi di D3 senza K2, con rischio di depositi di calcio nelle arterie. Tuttavia, le evidenze scientifiche sono ancora miste e il rapporto ottimale tra le due vitamine è sconosciuto. Per l’implantologia specifica, la ricerca sulla supplementazione combinata è ancora limitata, quindi l’associazione rimane biologicamente plausibile ma non ancora una raccomandazione standard evidence-based.

Livelli troppo alti di vitamina D possono essere dannosi per gli impianti?

Alcuni studi suggeriscono che livelli eccessivamente elevati possano essere controproducenti. Valori superiori a 100 ng/mL sono stati associati a outcomes peggiori in uno studio recente, sebbene l’evidenza sia ancora limitata. Questo sottolinea l’importanza di condurre la supplementazione con metodo e sotto controllo medico con verifiche sierologiche. L’assunzione di integratori senza monitoraggio può portare a dosaggi inadeguati o, più raramente, a livelli eccessivamente elevati con potenziali effetti avversi. L’obiettivo è raggiungere valori ottimali, non massimali.

Come comunico con il medico di famiglia del paziente riguardo la vitamina D?

L’integrazione tra odontoiatria e medicina generale è particolarmente rilevante per la vitamina D. Il medico curante è spesso già a conoscenza di eventuali carenze vitaminiche e impegnato nella loro correzione. Una comunicazione diretta può ottimizzare la gestione preoperatoria ed evitare duplicazioni diagnostiche o terapeutiche. Puoi contattare il medico per informarti sui livelli recenti di vitamina D del paziente, sulla eventuale supplementazione già in atto e per coordinare il timing dell’intervento implantare. Questo dialogo interprofessionale rappresenta un valore aggiunto per la salute complessiva del paziente che va oltre il successo del singolo impianto.

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E. Bruschi DDS, MS
Fondatore di Bonebenders, autore e coautore di articoli scientifici sulle tecniche implantoprotesiche, si dedica alla chirurgia orale, parodontologia e implantologia con approccio evidence-based “su misura” del paziente.

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