La domanda sembra una: quanto dura. La risposta, invece, è tre.
La prima risposta è tecnica. Un impianto in titanio, se osteointegrato, non si consuma. Il metallo non si stanca, non invecchia, non si ammala. Studi di follow-up a venti e trent’anni mostrano tassi di sopravvivenza degli impianti superiori al 90% in pazienti selezionati. Quindi, in teoria, un impianto può durare tutta la vita.
La seconda risposta è biologica. Ciò che dura o non dura non è l’impianto: è l’osso e la gengiva che lo circondano. Se il tessuto intorno si ammala — si chiama perimplantite — l’impianto si perde, anche se il titanio è intatto. La perimplantite è parente stretta della parodontite, e come quella è legata alla placca batterica, al fumo, al diabete non controllato, alla qualità dell’igiene domiciliare, ai richiami periodici dall’igienista.
La terza risposta è clinica, ed è quella che conta. La durata di un impianto dipende da chi lo ha pianificato, da come è stato posizionato, dal tipo di protesi che ci è stata avvitata sopra, e dal paziente che lo porta in bocca ogni giorno. Un impianto messo bene in un paziente che si cura dura decenni. Un impianto messo male in un paziente che non torna più a farsi controllare può perdersi in pochi anni.
Il consiglio pratico, allora, è semplice: non chiedere quanto dura un impianto. Chiedi quanto durerà il tuo impianto. E per rispondere, serve una valutazione fatta bene — tessuti, occlusione, abitudini, rischi individuali — prima di qualsiasi chirurgia.