In breve — Anno dopo anno, igiene e richiami. I batteri restano in agguato; qualche problema arriva lo stesso. Il mantenimento è statistica: molti meno eventi di quanti ce ne sarebbero stati. Il premio sono pazienti oltre gli ottanta — e i novanta — con quasi tutti i loro denti.
Che meraviglia.
Li ringrazio.
Anno dopo anno mi hanno sopportato. Sempre a ricordare l’importanza dell’igiene e dei richiami. Sempre a ripetere che i batteri sono in agguato — anche quando la bocca «si sente» a posto, anche quando da mesi non c’è stato un dolore, anche quando il paziente arriva già stanco di sentirselo dire.
Io continuo. Loro tornano.
La delusione che conosco bene
Poi arriva quel momento. Lo leggo negli occhi prima ancora che lo dicano. Hanno fatto tutto il possibile: spazzolino, filo, scovolini, sedute puntuali. Hanno speso tempo, denaro, e attenzione. E nonostante questo si sviluppa un problema che richiede cure ulteriori, aggiuntive — una carie sotto una vecchia otturazione, una tasca gengivale che si riattiva, un molare che si frattura. O anche un impianto che dopo tanti anni di onorato lavoro sviluppa la malattia peri-implantare, con tasche, recessioni, e ascessi.
La delusione è sincera. E pesa anche a me.
In quel momento è difficile spiegare che il successo del mantenimento è statistica. Che i problemi sono sicuramente meno di quanti sarebbero stati in assenza di igiene professionale periodica. Molto meno. Che senza quei richiami, senza quella igiene professionale ripetuta nel tempo, la stessa bocca avrebbe perso di più e prima. Il paziente confronta lo sforzo con l’episodio di oggi. Io confronto l’episodio di oggi con la traiettoria discendente che conosco quando il mantenimento manca.
Le prospettive sono, necessariamente, diverse.
Trent’anni di numeri
Lo dicono i dati, non solo l’esperienza di studio. Axelsson, Nyström e Lindhe hanno seguito per trent’anni adulti inseriti in un programma di controllo di placca: istruzione, autodiagnosi, igiene professionale a intervalli calibrati sul bisogno.¹
I denti persi? Pochissimi — tra 0,4 e 1,8 a seconda della coorte di età. La causa principale delle perdite non era la carie rampante né la parodontite in fuga: era la frattura radicolare. Solo 21 denti, sull’intero campione seguito a lungo, sono andati persi per parodontite progressiva o carie. Le nuove lesioni cariose medie restavano basse; la maggior parte dei siti non mostrava perdita di attacco, e su alcune superfici c’era addirittura guadagno.
Frequenza. Costanza. Un intervallo di richiamo che non è uguale per tutti.
Nei primi due anni di quel programma i richiami erano ravvicinati; poi, per decenni, si sono mossi tra i tre e i dodici mesi a seconda della persona. Esattamente il principio che usiamo oggi quando calcoliamo il rischio: sanguinamento, tasche residue, denti già persi, fumo, salute sistemica. Chi ha un profilo basso può stare più largo. Chi ha un profilo alto torna prima — e ha ragione a tornare.
Cosa vedo in poltrona dopo anni
Ma è tutto ripagato.
Vedere tante persone molto adulte con quasi tutti i denti in bocca, dopo anni di mantenimento, è una soddisfazione immensa. Magari hanno qualche impianto. Magari una corona in ceramica. Magari un dente devitalizzato che ha tenuto per vent’anni grazie a un controllo che ha intercettato la lesione quando era ancora piccola. Fondamentalmente, hanno molti dei loro denti.
Masticano cibo che gli piace. Parlano senza nascondere il sorriso. Arrivano agli ottanta — e ai novanta — senza la protesi totale come destino scontato.
Questa immagine mi basta e mi gratifica.
La traiettoria cambia quando la prevenzione diventa abitudine e il richiamo diventa appuntamento, non emergenza.
E cambia ancora di più quando la fiducia cresce e i pazienti capiscono che se troviamo una carie occasionale, una tasca gengivale, o un granuloma e insistiamo per curarli, lo facciamo con l’intento di mantenerli in uno stato di salute e non per aumentare il fatturato.
Cosa fa, in concreto, la prevenzione
La prevenzione «previene» quasi tutto. Qualche problema resta: la biologia non firma garanzie al cento per cento. Quelli che restano, però, sono perlopiù piccoli, leggibili, e facilmente gestibili — una otturazione invece di una corona, una levigatura invece di un intervento complesso, un dente tenuto invece di un’estrazione.
In ultima analisi, pur con una spesa aggiuntiva iniziale, tutto ciò si traduce in risparmio economico. Ed è anche risparmio di tessuto sano. Risparmio di tempo. E, soprattutto, risparmio di quella sensazione di inseguire sempre il danno. Perché il danno si arresta prima.
Quando la parodontite è già stata affrontata, il richiamo è la seconda metà della cura. La prima ferma l’infiammazione; la seconda decide se quel risultato tiene. I batteri ripopolano sempre. Il biofilm si riorganizza. Il paziente più bravo del mondo nel mantenimento lascia sempre angoli non puliti. Per questo torno a dirlo, e per questo loro — anno dopo anno — mi sopportano.
Che meraviglia.
Referenze
- Axelsson P, Nyström B, Lindhe J. The long-term effect of a plaque control program on tooth mortality, caries and periodontal disease in adults. Results after 30 years of maintenance. J Clin Periodontol 2004;31(9):749-57. doi:10.1111/j.1600-051X.2004.00563.x. PubMed
Domande frequenti
La prevenzione odontoiatrica elimina tutti i problemi?
Perché servono i richiami di igiene se a casa mi lavo bene i denti?
Avere impianti o corone significa aver fallito la prevenzione?
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