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«Ma non buchi la membrana?» Quasi mai: il seno in tre dimensioni

Dr. Ernesto Bruschi · · Agg. · 7 min di lettura
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Confronto radiografico prima/dopo: a sinistra la cresta atrofica con seno mascellare basso, a destra l'impianto integrato e protesizzato dopo rialzo crestale graftless con espansione della corticale, senza innesto

In breve — Molti colleghi pensano il rialzo di seno come un gesto verticale: salire, bucare la membrana, riempire. È il ragionamento di chi progetta su un foglio di carta. Sulla CBCT si lavora nello spazio: la corticale del pavimento si espande e si riposiziona nei tre piani, la membrana resta integra e sale con l’osso. Si buca solo per ingaggiare l’apice quando serve stabilità — sollevamento massimo 3 mm, effetto tenda della corticale espansa. Senza innesto, in una sola seduta.

Summary (EN) — Many colleagues picture sinus floor elevation as a vertical move: go up, perforate the membrane, fill the void. That is two-dimensional thinking, the logic of someone planning on a sheet of paper. On a CBCT you work in space: the floor cortex is expanded and repositioned across all three planes, the membrane stays intact and rises with the bone. You only perforate to engage the implant apex when primary stability demands it — maximum 3 mm of lift, relying on the tent effect of the expanded cortex. No graft, single stage.

La domanda sbagliata

«E ma tu non metti nulla nel rialzo crestale? Ma non buchi la membrana? E poi, l’apice dell’impianto pesca nel seno».

Le ricevo ogni volta. Sono domande oneste, fatte da clinici bravi. Ma nascono tutte dallo stesso errore di prospettiva: immaginano la chirurgia come se avvenisse su un piano solo. Su un foglio di carta.

È comprensibile. La radiografia endorale è bidimensionale. L’ortopantomografia è bidimensionale. Per decenni abbiamo letto l’osso su una superficie piatta, e su una superficie piatta esiste una sola direzione utile: l’alto. Se hai poco osso e il seno è basso, l’unica mossa che il foglio ti concede è salire. Salire significa arrivare alla membrana. Arrivare alla membrana significa bucarla. Bucarla significa riempire.

Il problema non è il ragionamento. Il problema è il foglio.

Lo spazio ha tre piani, non uno

Io non progetto sul foglio. Progetto sulla CBCT. E la CBCT non è una radiografia più dettagliata: è un’altra geometria. Mi mostra la cresta nei tre piani dello spazio — vestibolo-palatale, mesio-distale, apico-coronale — e in tre piani le mosse possibili non sono una, sono molte.

Posso recuperare osso lateralmente, dove la natura lo ha lasciato, ed espanderlo verso il punto dove serve. Posso aprire la corticale vestibolare e spostarla. Posso prendere il pavimento osseo del seno e ricollocarlo dove decido io, non dove il foglio mi obbliga ad andare. Questo è il senso di bonebending: l’osso non è un blocco da forare, è un tessuto vivo che si piega e si sposta. La tecnica nasce da lì, dall’espansione crestale di Scipioni e di mio padre, e nel seno prende un nome preciso.

Mio padre la chiamò Localized Management of Sinus Floor. LMSF. Era il 1998, International Journal of Oral & Maxillofacial Implants, con Scipioni, Calesini e me stesso.¹ Quattrocentonovantanove impianti, 303 pazienti, sopravvivenza del 97,5% in creste con 5-7 mm di osso residuo. Non si apriva nessuna finestra. Si espandeva la corticale e si sollevava con elasticità il pavimento del seno, dalla cresta, nella stessa seduta dell’impianto.

La membrana è un passeggero, non un bersaglio

Ecco il punto che sul foglio non si vede. Nella stragrande maggioranza dei casi — diciamo il 99% — io la membrana di Schneider non la raggiungo affatto.

Sposto la corticale del pavimento. La membrana le sta appoggiata sopra e sale con lei, intera. Fra il mio strumento e l’epitelio ciliare c’è sempre osso. Non è un sollevamento della membrana: è un riposizionamento dell’osso, e la membrana viaggia come passeggero. Per questo «bucarla» non è la regola — è l’eccezione.

L’eccezione esiste, e va detta. Quando non devo sollevare molto ma mi serve più stabilità primaria, allora sì: perforo in modo controllato e ingaggio l’apice dell’impianto oltre la corticale. Ma in quel caso il sollevamento è minimo, al massimo 3 mm, perché non conto sull’impianto per tenere su lo spazio: conto sull’effetto tenda della corticale apicale espansa. La corticale espansa fa da palo, l’apice la stabilizza, la membrana si tende sopra come il telo di una tenda, e sotto si forma osso. È il principio del minirialzo con stabilità primaria elevata, portato nel seno. È anche la stessa biologia che Lundgren ha documentato nel 2004:⁵ membrana sollevata, niente innesto, e l’osso si forma lo stesso, per il principio della rigenerazione tissutale guidata. L’ho raccontata passo per passo in un caso clinico LMSF graftless.

Due scenari, quindi. In nessuno dei due «salgo e riempio».

«Non guarisce così». Guarisce così.

So cosa pensa il collega che ragiona in due dimensioni: senza biomateriale, quello spazio non si ossifica. Si sbaglia, e non è opinione mia.

Winter e Odrich — Ronald Odrich, uno dei maestri da cui ho imparato a New York — hanno preso la LMSF e l’hanno applicata a creste con meno di 4 mm di osso residuo, media 2,87 mm.² Hanno sollevato in media 9 mm, senza innesto e senza membrana di copertura. Sopravvivenza del 91,4%. La loro frase è rimasta: l’osteointegrazione avviene per un continuum endosteo-periosteo, libero dalla necessità che un graft si riassorba. Tradotto: il biomateriale, lì, è un ospite che rallenta, non un alleato che serve.

Il follow-up dice il resto. Nei siti molari post-estrattivi, a quasi dieci anni di media, la LMSF ha dato il 100% di sopravvivenza, con espansione sia verticale sia orizzontale dell’osso.³ E la versione flapless contemporanea, pubblicata su Heliyon nel 2021, ha confermato il 95% usando solo osso nativo: gli osteotomi diretti prima verso la corticale della parete mediale, poi raddrizzati per l’osteotomia finale.⁴ Nessun particolato. Nessuna finestra.

Libero di non credermi. I numeri sono pubblici.

Cosa cambia per te

Se ragioni sul foglio, davanti a una cresta atrofica vedi due strade: o la finestra laterale con innesto, o la rinuncia. Se ragioni nello spazio, ne vedi una terza, spesso la più breve: espandere ciò che c’è e ricollocarlo, in una sola seduta, senza importare ciò che non c’è.

Non è magia ed è tutto fuorché universale. Quando la cresta è troppo bassa per stabilizzare l’impianto, quando la membrana è malata, quando c’è sinusopatia attiva o l’anatomia chiede chiaramente la finestra laterale — si cambia tecnica, senza romanticismi. Ma «poco osso» quasi mai vuol dire ciò che sembra dire sul foglio. Vuol dire, molto più spesso, che nessuno ha ancora guardato il caso nei tre piani in cui esiste davvero.

La differenza non è nello strumento. È nel numero di dimensioni in cui ti permetti di pensare.


Referenze

  1. Bruschi GB, Scipioni A, Calesini G, Bruschi E. Localized management of sinus floor with simultaneous implant placement: a clinical report. Int J Oral Maxillofac Implants 1998;13(2):219-26. PubMed
  2. Winter AA, Pollack AS, Odrich RB. Placement of implants in the severely atrophic posterior maxilla using localized management of the sinus floor: a preliminary study. Int J Oral Maxillofac Implants 2002;17(5):687-95. PubMed
  3. Bruschi GB, Crespi R, Capparè P, Bravi F, Bruschi E, Gherlone E. Localized management of sinus floor technique for implant placement in fresh molar sockets. Clin Implant Dent Relat Res 2013;15(2):243-50. DOI · PubMed
  4. Bruschi GB, Bruschi E, Papetti L. Flapless Localised Management of Sinus Floor (LMSF) for trans-crestal sinus floor augmentation and simultaneous implant placement. A retrospective non-randomized study: 5-year of follow-up. Heliyon 2021;7(9):e07927. DOI · PubMed
  5. Lundgren S, Andersson S, Gualini F, Sennerby L. Bone reformation with sinus membrane elevation: a new surgical technique for maxillary sinus floor augmentation. Clin Implant Dent Relat Res 2004;6(3):165-73. PubMed

Domande frequenti

Ma davvero non metti nulla nel rialzo crestale?
Nella maggior parte dei casi no. Lo spazio che si crea sotto la corticale sollevata e attorno all'apice implantare si riempie di coagulo, che viene invaso dagli osteoblasti e si mineralizza. È lo stesso meccanismo dell'alveolo post-estrattivo. Lundgren e colleghi lo hanno dimostrato già nel 2004: la membrana sollevata e l'impianto bastano a far formare osso, senza biomateriale.
Ma non buchi la membrana di Schneider?
Quasi mai. Nell'ordine del 99% dei casi non la raggiungo nemmeno: sposto la corticale del pavimento del seno, e la membrana le sta sopra, integra, e si solleva con essa. Buco soltanto quando mi serve più stabilità e devo ingaggiare l'apice dell'impianto — e in quel caso sollevo al massimo 3 mm, affidandomi all'effetto tenda della corticale espansa.
Se l'apice dell'impianto pesca nel seno, non è un problema?
Dipende da quanto e come. Un apice che protrude di pochi millimetri sotto una membrana integra e tesa, in assenza di sinusopatia, è esattamente il palo che tiene su la tenda biologica. Diventa un problema quando lacera la membrana, quando l'anatomia non è favorevole, o quando manca la stabilità primaria. La selezione del caso fa tutto.
Lavori con osteotomi, espansori, sottopreparazione?
Con espansori a vite calibrati e, secondo i casi, osteotomi a percussione magnetodinamica. Sottopreparo il sito e inserisco l'impianto contestualmente, dalla cresta, senza finestra laterale. La logica non è perforare verso l'alto: è espandere la corticale nativa e ricollocarla dove serve.
Perché dovrei fidarmi di questa tecnica invece della GBR o della finestra laterale?
Non devi fidarti di me. Guarda i numeri. La casistica originale del 1998 riportava il 97,5% su 499 impianti. La validazione indipendente di Winter e Odrich a New York nel 2002, in creste con meno di 4 mm di osso residuo, dava il 91,4%. Il follow-up a quasi dieci anni nei siti molari post-estrattivi: 100% di sopravvivenza. Quando l'anatomia chiede la finestra laterale, però, la finestra laterale si fa. Lo strumento segue il caso, non l'abitudine.

Referenze

  1. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9581408/
  2. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/12381069/
  3. https://doi.org/10.1111/j.1708-8208.2011.00348.x
  4. https://doi.org/10.1016/j.heliyon.2021.e07927
  5. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15726851/

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