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Uscite dalla zona di comfort: i pazienti fragili sono di nostra competenza

Dr. Ernesto Bruschi · · 5 min di lettura
Figura umana trasparente in 3D con lo scheletro in vista e un cerchio rosso che evidenzia lo stomaco.

Una signora anziana, dolorante. Le vertebre stanno per cedere a causa dell’osteoporosi e il medico di base vuole iniziare un bifosfonato. Prima, però, le chiede il parere scritto di un dentista.

Lei lo cerca. Nessuno se la sente di firmare. «Deve andare in ospedale», le dicono. Ma nessun ospedale del territorio ha un reparto di odontoiatria.

Perché non visitarla, curarla se serve, e scriverle quel benedetto nulla osta?

In breve — Ognuno di noi ha una routine clinica in cui decide in pochi minuti. Il bambino autistico, l’anziana che deve iniziare un farmaco per l’osteoporosi, chi ha la sclerosi multipla, chi è in chemioterapia escono da quella routine, ma non dalla nostra competenza. Non serve uno specialista, né un ospedale. Servono tempo, comunicazione e accordo con gli altri medici. È più faticoso. Ed è il lavoro più bello che facciamo.

La routine e il suo confine

Il nostro lavoro di medici odontoiatri è fatto di competenze, ma anche di routine. La mia sono la chirurgia orale, le malattie gengivali, gli impianti. Davanti a un caso così ne riconosco gravità e caratteristiche in pochi minuti, e in pochi minuti decido la terapia. Chi fa ortodonzia riconosce al volo la respirazione orale, la posizione della lingua, la deglutizione atipica, il tipo di crescita scheletrica.

Poi c’è un confine. Se il caso non è di nostra competenza, si invia allo specialista del caso. È d’obbligo. Ma se invece è di nostra competenza, ed è solo diverso dai casi di tutti i giorni? E, soprattutto, se a essere diverso è il paziente?

Quando il paziente potrebbe sembrare un problema

Come li vediamo, i pazienti più fragili, quelli che per forza escono dall’approccio di routine?

Se ci sembrano un fastidio, vale la pena chiedersi perché. Quasi sempre la risposta è il tempo, non il lavoro in sé. La terapia la sappiamo fare. È tutto il resto che non entra nell’agenda affollata.

Sì, è più faticoso. Vi troverete a fare e dire cose diverse dal solito, alcune per la prima volta, e sarete meno sicuri dell’esito. Passerete molto tempo a parlare con il paziente, e sarà proprio questa la chiave del successo. Forse dovrete sentire altri specialisti, in una terapia multidisciplinare. Scrivere relazioni, studiare, parlare spesso con i familiari. È un gran lavoro. Ma è bello.

Quattro tipi di pazienti che potrebbero bussare alla porta

Il bambino autistico

Può capitare che un genitore vi porti il figlio autistico che nessuno studio ha voluto curare prima. Queste famiglie esistono, e non sempre possono, o vogliono, viaggiare fino alle poche strutture odontoiatriche ospedaliere che ci sono in Italia.

Cosa aiuta. Una prima visita solo per conoscere lo studio, senza strumenti in bocca. Appuntamenti brevi, alla stessa ora, con lo stesso operatore e meno rumori possibile. Il genitore sa cosa calma il figlio e cosa lo spaventa. Chiedeteglielo prima di cominciare.

L’anziana che deve iniziare il farmaco per l’osteoporosi

È la signora dell’inizio. Il medico le prescrive un bifosfonato o il denosumab e le chiede una valutazione odontoiatrica. Visitatela, eliminate i focolai d’infezione se ci sono, scrivete la relazione senza timore.

Una cosa va detta chiara anche a chi prescrive. La visita serve, ma non deve far slittare la terapia. Nell’osteoporosi il rischio di osteonecrosi è basso. Quello di una frattura vertebrale no. Il consensus 2025 lo dice senza ambiguità, e ne ho scritto in farmaci contro l’osteoporosi: le novità del consensus 2025.

Il paziente con la sclerosi multipla

Le mani possono tremare, la forza calare, la fatica arrivare presto. L’igiene domiciliare diventa difficile. Con l’igienista dentale bisogna scegliere gli strumenti giusti per quella persona: spazzolino elettrico, manici ingrossati, scovolini facili da impugnare. E fissare richiami su misura, spesso più ravvicinati del solito. L’intervallo si calcola sul rischio di quel paziente, non sul calendario: ne parlo nell’articolo sul calcolo della diagnosi parodontale e degli intervalli di richiamo.

Il paziente in chemioterapia

Non è un paziente da rimandare a dopo. Se ha infezioni dentali in corso, eliminatele prima che inizi la chemio. Al primo ciclo deve arrivare con la bocca pulita. Se durante la terapia servono una detartrasi, una levigatura radicolare o una GBT, proponetele, per il suo bene e per la vostra soddisfazione professionale.

Ma concordate i tempi con l’oncologo e lavorate con un emocromo aggiornato. Neutrofili e piastrine dicono quando si può intervenire e quando conviene aspettare il ciclo successivo, nei casi non urgenti. E prima di prescrivere qualsiasi cosa, controllate le interazioni con i farmaci che sta assumendo.

Persone, prima che casi

Chi ci onora della sua fiducia è, appunto, una persona. Ognuno affronta i suoi problemi, e a volte sono problemi molto seri, come questi.

La signora dell’inizio non chiedeva un ospedale. Chiedeva un dentista che la visitasse e firmasse. La prossima volta che entra nel vostro studio, siate voi quel dentista.

Copertina: foto di Julien Tromeur su Unsplash.

Domande frequenti

Bisogna aspettare la visita dal dentista prima di iniziare un bifosfonato o il denosumab per l'osteoporosi?
La valutazione odontoiatrica è consigliata, ma non deve far slittare la terapia. Nei pazienti con osteoporosi il rischio di osteonecrosi dei mascellari è basso, mentre il rischio di fratture vertebrali senza terapia è concreto. Il dentista visita, elimina eventuali focolai d'infezione e scrive una relazione per il medico che prescrive.
Si può fare la pulizia dei denti durante la chemioterapia?
Sì, se l'oncologo è d'accordo e l'emocromo lo consente. Detartrasi e levigature si programmano nella finestra fra un ciclo e l'altro, quando neutrofili e piastrine sono risaliti. Le infezioni dentali in corso vanno trattate prima dell'inizio della chemioterapia.
Un bambino autistico può essere curato in uno studio dentistico privato?
Sì, in molti casi. Aiutano una prima visita solo per conoscere lo studio, senza strumenti in bocca, e appuntamenti brevi, sempre alla stessa ora e con lo stesso operatore, in un ambiente con pochi rumori. Il genitore va coinvolto fin dall'inizio, perché sa cosa calma il bambino e cosa lo spaventa. Le strutture ospedaliere restano il riferimento quando servono sedazione o anestesia generale.

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